Assertività, questa sconosciuta

Ogniqualvolta subentrano delle difficoltà che ci sembrano insormontabili, siamo soliti lamentarci del destino avverso o incolpare gli altri che non ci capiscono. Spesso, quando sprofondiamo in una situazione di crisi personale o interpersonale, piuttosto che cercare di comprendere le ragioni del nostro malessere più profondo, assumiamo un atteggiamento vittimistico o accusatorio. 

Giocare al capro espiatorio non solo è deleterio, ma è anche inutile poiché scaricare la colpa non cambierà di certo le carte in tavola. La nostra felicità, la nostra autonomia di comportamento e quindi di pensiero, infatti, non dipendono dalle circostanze o dagli altri, ma dal modo in cui interpretiamo le situazioni avverse e soprattutto da come sappiamo reagire  a tali avversità. Non esiste una vita senza conflitto.


Siamo noi i primi responsabili del nostro benessere o malessere; Lincoln scriveva: 

”Non c’è nulla, proprio nulla, di estremamente grave, se noi non lo consideriamo tale”.

Un certo ottimismo di pensiero non deve tuttavia risolversi in un processo di negazione della realtà esterna, ma deve concretizzarsi in uno sforzo di comprensione della nostra mappa interna, in altri termini, del nostro modo di valutare le dinamiche. 

Se, infatti, un impedimento può essere per qualcuno un problema irrisolvibile, per qualcun altro può diventare l’occasione per prendere nuove decisioni. Tutto dipende dai nostri processi interni, dalle nostre valutazioni, dal nostro modo di pensare.

Passività e aggressività

Sudditanza e dominio sono due facce della stessa medaglia che potremmo chiamare disistima di sé; entrambe, per ragioni diverse, portano al fallimento. La passività perché crea rapporti di ambiguità  e fraintendimenti (basti pensare a quelle persone trincerate nei loro silenzi), l’aggressività perché porta gli altri a rifiutarci. Se un comportamento aggressivo, infatti, sarà utile nell’indurre gli altri a cedere alle nostre richieste, prima o poi diventerà fonte di tensioni e rotture. Un comportamento passivo, al contrario, sebbene ci ripari da ogni eventualità, finisce per ingabbiarci nell’infelicità, in un senso di inferiorità e nella frustrazione.

Assertività

Alla luce di tali premesse, risulta davvero utile imparare l’assertività, linea di condotta chiara, risoluta ed efficace che si pone tra le due estremità. Infatti, sia sottrarsi ad ogni scontro per viltà o per avere l’approvazione di tutti, sia combattere senza esclusione di colpi per ottenere tutto ciò che si vuole, sono strategie perdenti.

Invece è “vincente” chi sa adoperare le proprie risorse per farsi valere, esprimere autenticamente i propri bisogni, difendere i propri spazi e diritti, raggiungere i propri obiettivi in maniera onesta e leale.

Essere assertivi, tuttavia, non significa negare le esigenze degli altri. È positivo essere disponibili e attenti alle necessità altrui, purché si parta da una condizione di autonomia e, nell’aiutare (e non nel soccorrere) l’altro, non si arrivi a negare se stessi per paura di rimanere soli o di perderne la protezione.

Infatti, così facendo, non solo si rinuncerebbe alla propria felicità ma allo stesso tempo si vizierebbe il nostro interlocutore diventando preda di ricatti, pretese e aspettative che né educano né responsabilizzano.

Imparare l’assertività richiede tempo, coraggio, fatica e rinunce che non tutti sono disposti a intraprendere. 

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